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Viaggi del tempo (9)L’aria frizzante del primo mattino io non l’ho mai sopportata. Qualsiasi cosa che possa scoprire al prezzo di preziosi minuti di sonno, non l’ho mai sopportata. A meno che non sia un primo mattino di gita scolastica. In quel caso l’aria che entra pruriginosa nelle narici e nelle lanose pieghe dei vestiti è un solleticante annuncio di ore gaudenti, di cui puoi e non vuoi immaginare già tutto. È strano come i compagni di scuola abbiano una faccia diversa, da giorno di festa, persino i loro abiti sembrano più colorati, come se avessero messo via e lasciato negli armadi le invisibili uniformi che tanto s’intonano col grigio-verde dei banchi. Si fa l’appello, quello nostro, sperando che nessuno si sia inventato una febbre proprio oggi, cercando di indovinare il prossimo di noi che sbuca da quell’angolo e che cosa porterà da mangiare nel suo sacco, che potremmo rubare e darci un morso alla prima occasione. Si disegnano strategie, appostamenti per conquistare i posti migliori, penso che sia meglio mandare avanti Cardone ad aprirci un varco. Così l’arrivo del pullman diventa un pretesto per mollare pugni e spintoni ai più antipatici, anche per stare una volta almeno addossati alle schiene delle ragazze, che opportunamente ci lasciano sfilare e si siedono davanti. Piantata dopo estrema lotta la bandiera sui sedili là in fondo, ci fingiamo silenziosi e sonnolenti per scansare ogni pericolo di spostamento coatto da parte dei nostri amati docenti. L’operazione ha breve durata, all’imbocco dell’autostrada un tacito segnale riavvia la caciara. Il bello di una gita scolastica è che ti appare favoloso anche il posto più squallido, purché mai visto prima. Perfino il primo autogrill, dove fare sosta quando un ragazzino della I B restituisce la sua colazione sugli scalini della porta anteriore. Per quelli come noi che hanno già divorato tutto ciò che di commestibile le nostre mamme ci avevano amorosamente preparato, l’autogrill è l’oasi del deserto, la città in black out da saccheggiare. La sosta dura sempre più del previsto. Si va in cerca degli assenti all’appello: uno lo troviamo ancora in bagno tutto preso ad agitare le mani sotto il rubinetto e invocare acqua corrente (“c’è il pedale, idiota!”), due stanno litigando con un barista reo di non aver trattenuto uno starnuto sulle loro brioche, un altro infine l’abbiamo preso di peso mentre dormiva placidamente e nascosto nel portabagagli. Purtroppo dopo appena due minuti l’ha stanato la prof di francese. È risalito a bordo che ancora sonnecchiava, mentre la prof ha continuato a cazziarlo per sei chilometri scarsi. Belli i monumenti, la basilica è stupenda, quella scultura poi sembra viva… Se non fosse tutto così noioso potrei pure condividere il momento e so che me ne pentirò amaro quando ci sarà da scrivere la solita relazione. Una pagina e mezza, un rigo sì e uno no, se tutto va bene. Poi finalmente ci salva il pranzo, in un convenzionato ristorantino di periferia. Convenzionato e da periferia pure il menu… C’è tutto il tempo per digerirlo sulle giostre del luna park, unica vera meta del nostro viaggio. Così, tra montagne russe e otto volante (totale: due svenimenti) e un setto nasale deviato alla casa degli specchi, il pomeriggio si tinge di colori allegri malgrado l’imminente tramonto novembrino. Ultimo appello. Ragazzi, è ora di partire. Salutiamo la città col naso incollato al vetro, per chi può. Il mio amico Bruno sbriciola una canzone dell’estate scorsa ripetendo alla morte la stessa strofa. Nella penombra del rientro fa da ninna nanna a quattro o cinque di noi. Una coppia cicala si tiene per mano davanti a me, e intanto anche la nostra prof osserva i fari che ci sorpassano, in taciturna malinconia. TrackbacksThe trackback URL for this entry is: http://renatomangarelli.spaces.live.com/blog/cns!10D8F5536B481259!739.trak Weblogs that reference this entry
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