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    Viaggi del tempo (8)

    Se c’è una cosa che ricorderò di questo concerto è questo cielo viola di maggio. A pensarci adesso, ne avvertivo già l’arrivo stamattina, quando il vento spavaldo si affacciava al di qua del finestrino del treno, e noi quattro sbrindellati, come gli zaini che ci portano avanti, socchiudevamo gli occhi felici e pensierosi.
    Io pensavo che un gran giorno merita di cominciare presto e un po’ di fatica l’ho fatta a convincere gli altri ad arrivare dieci ore prima che iniziasse tutto e mangiarci in fretta i duecento chilometri che ci separavano… ognuna di quelle dieci andava goduta in pieno, come un’ora d’aria in mezzo agli ultimi giorni di scuola. E come una gita di scuola fuori programma ecco il nostro primo concerto, il treno come un pullman tutto per noi, che abbiam guidato a turno e nessun professore in cattedra a intimarci di star composti.
    La mia maglietta da concerto, che oramai si smarrisce anonima tra le migliaia che ci affiancano, è già un trofeo di sudore a un’ora di distanza dalla prima canzone. Il cielo viola di maggio è reduce da un pomeriggio molto caldo, colorato, sbandierato, assetato, mordicchiato con gran fame e sempre sotto i nostri occhi entusiasti e timidi. Lo stadio è più grande di quanto immaginassi e anche il resto della città ci è apparso più grande e più bello e più verde da quando siamo giunti noi.
    “Hai visto quello lì in tribuna? L’ho visto l’altra sera in TV! Che dici, sarà ora di alzarsi dall’erba, manca poco ormai… non stiamo troppo avanti o non vedremo più… ma anche a te fanno un po’ male le gambe?” Appena un po’, parte il primo brano e ho già dimenticato, e perfino resto sulle punte fino all’ultimo perché nulla va perso e ogni brivido andrà raccontato, i suoni, le urla, i salti, la voce che sviene, gli sguardi stropicciati e il ronzio che rimane nello stomaco per chissà quante ore.
    Torniamo a piedi verso la stazione, noi che di città grandi ignoriamo i tram notturni, spendiamo i penultimi spiccioli a berci una bottiglia di acqua calda in quattro. Sul binario quattro ancora quattro quarti d’ora da aspettare, scatto un’ultima fotografia su tre visi stravolti. Scommetto che quando la svilupperò quei tre visi ricorderanno, e saranno molto più felici.
    Ventiquattro maggio millenovecentoottantotto.

    Comments (1)

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    lazywrote:
    Ovviamente mi riconosco in pieno, anche se quel giorno non c'ero nè - purtroppo!- ho mai visto MJ...ma questi sono viaggi nel tempo e x questo senza tempo, esperienze che abbiamo passato tutti, e anche stavolta tutto quello che descrivi è universale...mi manchi poeta!! xxx
    Sept. 16

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